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21 aprile 2010
il Giustiziere
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18 ottobre 2009
Ashes of time

Il ricordo di 2046 di Wong Kar Wai mi accompagna da quella sera del 2004 quando, uscito dalla sala di proiezione, ho cominciato ad accumulare densi strati di immagini e dialoghi dal film quasi senza accorgermene, come se la pellicola sedimentasse dentro di me per non abbandonarmi più. Come succede con alcuni film (o meglio, alcune opere) s'instaura un rapporto intimo e segreto, misterioso e complesso fatto di corrispondenze e rimandi sotterranei ai quali non si riesce a rinunciare. E quando abbiamo pensato a questi numeri di Cabaret Voltaire dedicati al tema della memoria, ho subito avuto l'impulso di parlare di questo film, impulso che è diventato quasi un'ossessione soprattutto perché ho deciso che non lo avrei rivisto, lo avrei, appunto, ricordato. La stratificazione del film e la complessità degli esili intrecci affidati alle leggi del caso, gli incontri fugaci e i dialoghi allusivi ad un altrove nel tempo e nello spazio, costruiscono un'architettura sofisticata e rarefatta fatta di tempo e di memoria. Tutto il film allude a ciò che è trascorso, al ricordo dell'incontro mancato, alla promessa venuta meno, all'istante come contenitore di un passato eternamente presente a noi stessi e dolorosamente e irrimediabilmente perduto e lontano. Eccessivo, ridondante, pieno di dettagli, imperfetto, a tratti irritante nella sua ricerca estetizzante di legare a sé lo sguardo dello spettatore, non permette l'abbandono, non consente di smarrirsi fra rallenty, ripetizioni, musiche pericolosamente inclini al kitsch e sigarette, e pioggia. Tutto ciò in una Hong Kong glamour e fatiscente, quintessenza teatrale di un'intenzione estetica dichiaratamente melò, dunque giocata sull'impossibilità dell'amore, sul perdersi e sulla sua conseguenza diretta, il ricordare. 2046 gioca con il tempo, tempo trascorso e tempo immobile, sospeso, tutto è dolorosamente già passato, già ricordo. Nell'attimo stesso dell'incontro, nella malinconica gioia dell'amplesso, gli amanti di Wong Kar Wai sono già ceneri del tempo, frammenti separati di un futuro ricordo.
Corriere vicentino novembre 2009
10 marzo 2008
scaricato

Senti Walter, questa storia dei giovani mi sta veramente facendo girare i cosiddetti, leggo sul sito del PD (a proposito, ti ricordo i due euro che ho sganciato alle primarie) che “Studenti universitari fanno ala all'ingresso del Teatro della Fortuna, la platea è gremita di un vivace pubblico under 30”, “Veltroni accende i giovani che lo ascoltano” “Ma il Partito democratico è il partito del futuro, dei giovani, intercetta il bisogno di novità delle nuove generazioni.” Le vecchie generazioni ringraziano, siccome io ho ancora (spero) un futuro ma tutto da vecchio, vorrei sapere che posticino occupo nei tuoi giovanilissimi pensieri, dietro al giovane industriale, al giovane operario, alla giovane ricercatrice universitaria s'intende. Walter, hai costruito il tuo charme giocando sporco sui sentimenti, mi hai fatto comprare tutta la raccolta delle figurine Panini allegata all'Unità di cui eri direttore, mi hai fatto commuovere come un idiota davanti alle figurine di Palanca e di Anquilletti, di Faloppa e di Zigoni di Cuccureddu e di Lido Vieri, mi hai fatto credere che il culto del passato e gli omaggi alla memoria fossero valori sdoganabili perfino a sinistra, ho condiviso la Nutella con te e (l'allora) giovane Moretti e tu come mi ricompensi? scaricandomi come un Ciriaco De Mita qualsiasi che, detto per inciso, ha fatto bene a darti del cinico... con tutti i tuoi “ma anche” ti dimentichi di dire che il PD è il partito dei giovani “ma anche” degli over 45, come se non ti fosse evidente che il mondo è pieno di giovani imbecilli (guardi mai il Grande Fratello?) e di ottime Dentiere Pensanti, “ma anche” il contrario s'intende... siccome voglio farmi del male, clicco sul link che porta ad una serie di brevi video interviste ai famosi giovani del PD: comincia Matteo Colaninno, giovane industriale che infila in sequenza “cultura del fare... cultura dell'innovare.... cultura dell'impresa” ragazzo, il Cav. ci spiattellava tutta questa cultura già ai tempi della “discesa in campo”. Poi passiamo a Marianna Madia, giovane ricercatrice che non va più in là di svariati “noi ggiovani” e “ripartiamo dai ggiovani”: intanto hai 33 anni ma che cazzo dici che sei “ggiovane”?, infine chiude Pina Picerno giovane non so cosa che dice, udite udite: “...Walter Veltroni, che è capace di riempire di senso una vita intera, la mia l'ha riempita davvero...” giuro che l'ha detto. Walter, se sono questi sei fottuto, ascoltami, ripensaci, si può fare...
23 dicembre 2007
e darsi una mossa no?
Sono un idiota. Questa semplice e – temo - condivisa constatazione riemerge prepotente e imbarazzante il 24 dicembre di ogni anno. Perché anche questo 24 dicembre sarò in piedi davanti alla mia automobile, la fronte imperlata di sudore e un repertorio assortito di malesseri legati al concetto di panico. Vigilia di Natale, inizia la caccia al regalo. Facendo ricorso agli ultimi residui di razionalità organizzerò un piano che metterà d’accordo numero e tipi di negozio da assaltare nel più breve raggio di spazio-tempo. Dunque mi fionderò in un centro commerciale, ultima speranza del regalista last minute, sapendo che passerò da stati d’euforia per il regalino trovato a ondate d’ansia per il nipotino da sistemare. Nel tragitto che mi separerà dalla meta sbatterò la testa sul volante mormorando: “idiota, sei un idiota…” ripromettendomi che “l’anno prossimo a novembre, giuro, saranno già tutti fatti, impacchettati&firmati”. Una volta immerso nella grottesca finzione urbanistica del centro commerciale che ha la sfrontatezza d’innalzare cartelli con scritto : “Piazza Tizio “ o “Piazzetta Caio” in un patetico trionfo Kitsch, spintonerò bambini, prevaricherò vecchiette, oltraggerò pacifiche famigliole, sgambetterò con sadismo e ferocia chi giudicherò d’intralcio alla mia Mission Impossible, d’altronde come si dice… a la guerre comme a la guerre, mi fermerò soltanto quando l’ultimo pacchetto avrà triofalmente completato la mia cesta natalizia e il mio bancomat sarà collasato. Solo allora, in preda ad una lieve isterica allegria, uscirò barcollando brandendo borse pacchi sacchi e urterò un tizio che si girerà mormorando: “idiota!”.
25 novembre 2007
uzbekistan
Numero sinistri pagati: zero. Numero sinistri riservati persone: zero. Numero sinistri riservati cose: zero. Il mo attestato dello Stato di Rischio per quest’ultimo quinquennio è intonso, candido come i precedenti. Vuoi che – siamo quasi all’ombra del Natale – la mia Mega Compagnia Assicurativa non riconosca, commossa, l’irreprensibile condotta del suo automobilista preferito? Vuoi che, oltre all’avanzamento nella Classe di Assegnazione, non mi diminuisca anche di un solo euro il premio assicurativo? Mi avvio insolitamente di buon umore all’agenzia, salgo le scale più leggero del solito e apro la porta con un certo slancio sfoderando un timido sorriso. La solita impiegata mi accoglie con la solita gentilezza, digita il mio nome, scruta lo schermo dapprima con attenzione poi con più attenzione e poi con grande attenzione. Mi guarda. La guardo. “Ehm, c’è un piccolo aumento…“. Con l’espressione che mi ritroverei se qualcuno mi chiedesse a bruciapelo la capitale dell’Uzbekistan, replico: “Ah??”. “eh, sì… non so come mai” dice lievemente imbarazzata. “Ah beh, euro più euro meno…” dico lievemente spiazzato. Si tratta di euro più, e per la precisione € 5,04, una cifra perfino offensiva nella sua esiguità e, difatti, mi offendo. Sto per lanciarmi in un lungo lamento sulle bieche multinazionali avide di denaro, sul cliente trattato come un numero, sull’offesa simbolica e sostanziale inferta ad un automobilista dalla carriera fulgida e priva di macchie. Sto per. Invece pago, riflettendo ad alta voce sul fatto che non ci sono più le mezze stagioni e che si stava meglio quando si stava peggio. Esco, fa freddo, un randagio m’incrocia scodinzolando e guardandomi fiducioso. Assesto un calcio preciso e stizzito al malcapitato quadrupede che si dilegua rapidissimo nella sera, lo so che non è bello, ma mi sento meglio…
07 settembre 2007
Argh!
L’estate si sa, spinge al cazzeggio un po’ tutti soprattutto i giornali che sfornano le più amene curiosità sotto forma di sondaggi, inchieste, gossip. E’ per questo che solitamente mi abbandono fiducioso alla lettura disordinata saltellando qua e là, schivando figli che uccidono madri, mariti che massacrano mogli, crolli di borse e attentati a Bagdad e cerco, con l’occhio vispo e divertito, le suddette amenità. Ecco, dal prestigioso Times: “Le venticinque leggi più strane del mondo”. Si preannuncia gustoso ed infatti apprendo che “A Londra, è illegale fermare un taxi e salirci sopra se si ha la peste”, che “ Nella città di York si può uccidere uno scozzese all’interno delle antiche mura della città, ma solo se questi ha in mano arco e frecce” oppure che “In Gran Bretagna, un uomo che si trova costretto a urinare in pubblico, lo può fare solo se mira alla ruota posteriore della sua auto e tiene la mano destra sul veicolo”, insomma un elenco spassoso di varie idiozie scoperte tra le pieghe delle legislazioni del globo. Ah come mi diverto, ah come mi diverto… fino alla legge n° 14 dell’elenco: “In Indonesia, la pena per la masturbazione è la decapitazione”. Deglutisco. Inarco le sopracciglia. Traspiro copiosamente. Il suono sinistro e metallico dell’aria affettata da una spadona spaventosamente grande e affilata attraversa il mio cervello da parte a parte. Fortunatamente realizzo quasi subito di non essere residente in Indonesia e corro a consultare un atlante polveroso e scollato: ah, è distantissima, meno male… comunico subito l’inquietante scoperta alla redazione del Corriere Vicentino provocando un drammatico sbandamento tra le fila dei redattori e qualche veloce telefonata di disdetta alle agenzie di viaggio. Ok, posso tornare alla lettura: “Nel Vermont, le donne hanno bisogno del permesso scritto del marito per mettere i denti finti” hahaha…
Corriere vicentino settembre07
17 luglio 2007
è sparito il tesoretto!
Avevo già prenotato. Una settimana. Sette giorni in più dell’anno scorso. Volo Businnes Class. Mezza pensione. Già prenotata una serata al Billionaire. Già sognato trenino con Briatore locomotiva e le mie mani saldamente ancorate ai fianchi di una velina, letterina, stellina qualsiasi. Qualsiasi. Già prenotato ristorante esclusivo in posto esclusivo con menù esclusivo e listino esclusivo. Soggiorno in Centro Benessere Full Optional. Gazebo personale in spiaggia con addetti alla ventilazione delicata, tramite ampi ventagli, e addetti all’innaffiamento della mia persona tramite nebulizzatori con essenze ricercate.
Ho sognato per settimane tutto questo. Fino al 16 luglio. Proprio il 16, un tizio recentemente e incautamente nominato al vertice della Banca d’Italia, tale Draghi Mario, classe 1947, davanti alle commissioni di Camera e Senato ha dichiarato: “Non esiste un tesoretto da spendere”. Come non esiste un tesoretto da spendere? Non esiste? ma se ce ne siamo governativamente vantati per mesi di questo tesoretto, ma se la discussione era: lo spendiamo così o lo spendiamo cosà? si parlava di ventisei miliardi, forse venti, no, anzi, trenta…Allora i casi sono due: o siamo governati da una banda di alcolizzati con il gusto della goliardia e degli scherzi pesanti (ipotesi non priva di un certo fascino), oppure qualcuno si è fregato il tesoretto! Compresa la mia fetta di bottino! E adesso? Il trenino al Billionaire? Il Gazebo in spiaggia? Il Martini col Briatore in Pareo e Ciabattine Infradito? Tutto svanito, come il sogno di una notte di mezza estate…
21 giugno 2007
Apocalypse now
20 maggio 2007
troppo facile
Troppo facile, troppo facile… e allora? Se è troppo facile non si approfitta? La palla ti arriva ballonzolando nel bel mezzo dell’area di rigore, il portiere è spacciato, la porta spalancata. Troppo facile? E io non tiro nella rete incustodita? Ma siete pazzi! Chi poteva perdersi il gustoso spettacolo del Family Day con la parata dei concubini divorziati conviventi & adulterini che commossi e scamiciati levavano lodi alla cristianissima cattolicissima famiglia Naturale? Io no di certo! E chi si può privare del gusto un po’ sadico di elencare dettagliatamente le trionfali carriere amorose di quei paladini della famiglia Naturale (degli altri)? Io no di certo! Facile moralismo? No, facile umorismo. Comincia con l’acquisto del Foglio al sabato mattina, il mio Family Day: l’ottimo Giulianone Ferrara ha la bella pensata di allegare al quotidiano una raccolta di racconti di sapore “familiare”, affidata alla brillante penna della carinissima e giovanissima Annalena Benini, mamma di Benedetta ma per niente sposata… bell’inizio, ma proseguiamo con il collegamento a Piazza San Giovanni: il presenzialismo del personale politico di centro destra e di quasi centro sinistra è come previsto considerevole, sfilano garruli e tenendo per manina la/il compagna/o del momento: Gabriella Carlucci, trampoleggiante sui tacchi e leggermente divorziata, l’inarrivabile Santanché naturalmente divorziata, conseguentemente convivente, attualmente single con figlio. E il bel Pierferdi Casini? Anche lui presente con il suo divorzio e due figli prima, la sua convivenza e una bimba adesso. Ma chi, chi poteva stagliarsi ineguagliabile, irrangiungibile, senza paragoni? Ebbene sì, Lui, l’adorabile Silvio! Lui non voleva proprio andarci a piazza San Giovanni, ma si è visto costretto a farlo e dato che adesso è lì precisa: “Non si può essere allo stesso tempo cattolici, riguardosi della dottrina della Chiesa, e stare invece con chi è frontalmente dall’altra parte”. Ovviamente nessuno dei giornalisti presenti ha osato fargli notare che Lui si era dapprima poco cattolicamente divorziato, poi aveva – poco cattolicamente – convissuto per sei anni con Veronica, sposandola solo dopo la nascita di tre figli. Ma all’adorato Cav. perdoniamo tutto, niente perdoniamo invece allo sciagurato Povia, cantante ufficiale del Family Day: sposato sì da due mesi, ma dopo tredici anni di concubinato. Come si dice? ipocriti? Nooooooo….

