15 ottobre 2010
cucucuciù missis robinson...
Capita di rancasare un po' prima del solito dal lavoro e di accendere la tv sorseggiando un tè trovandosi a riguardare dopo anni "Il laureato". Sequenze senza dialoghi di tre minuti per accompagnare la durata delle canzoni di Simon & Garfunkel, tocchi di nouvelle vague, un Dustin Hoffman bruttarello inspiegabilmente al centro delle morbose attenzioni dell'attempata - ma lei sì intrigante- Mrs Robinson. Il finale con Dustin che brandisce un grande crocefisso per difendersi e fuggire con la sua bella, ancora adesso suona deliziosamente trasgressivo.
30 maggio 2010
voglie
Ultimo giorno a Padova per la mostra del fotografo Piotr Jaxa che espone una trentina di scatti dai set dei film di Kieslowski, suo amico e collega di inizio carriera. Mi infilo solitario e assorto tra i labirinti del percorso e poco a poco sale la voglia di Kieslowski...
02 maggio 2010
un ettaro di cielo
Film del 1958 con Marcello Mastroianni e Rosanna Schiaffino di Aglauco Casadio, autore di un solo altro film oltre a questo (tornerà poi alla sua principale passione di scrittore e critico d'arte). Mi è capitato di vederlo già un paio di volte dapprima su La7 e poi sulla Rai e ho subito il fascino di questa piccola favola padana, esile e poetica, sorridente e malinconica. Va visto in un pigro mattino di maggio, tra l'odore del caffè e i residui di un sonno profondo. Come ho fatto io.
29 gennaio 2010
The Kingdom: horror for the masses
viste in dvd le cinque puntate della versione italiana di questo ferruginoso meta horror sbriciolato dalle perverse dita di Lars Von Trier. E' del 1994 e il regista ammetterà di aver visto ed ammirato il di poco precedente capolavoro lynchiano Twin Peaks, non del tutto inutilmente. Il risultato è più vicino al Ghezzi fuori sincrono (in piena notte inquietante e vagamente minaccioso) che alle distorsioni spaziotempo di Lynch, ma un certo fascino malsano tracima dallo schermo lentamente puntata dopo puntata. Only for fans.
18 ottobre 2009
Ashes of time

Il ricordo di 2046 di Wong Kar Wai mi accompagna da quella sera del 2004 quando, uscito dalla sala di proiezione, ho cominciato ad accumulare densi strati di immagini e dialoghi dal film quasi senza accorgermene, come se la pellicola sedimentasse dentro di me per non abbandonarmi più. Come succede con alcuni film (o meglio, alcune opere) s'instaura un rapporto intimo e segreto, misterioso e complesso fatto di corrispondenze e rimandi sotterranei ai quali non si riesce a rinunciare. E quando abbiamo pensato a questi numeri di Cabaret Voltaire dedicati al tema della memoria, ho subito avuto l'impulso di parlare di questo film, impulso che è diventato quasi un'ossessione soprattutto perché ho deciso che non lo avrei rivisto, lo avrei, appunto, ricordato. La stratificazione del film e la complessità degli esili intrecci affidati alle leggi del caso, gli incontri fugaci e i dialoghi allusivi ad un altrove nel tempo e nello spazio, costruiscono un'architettura sofisticata e rarefatta fatta di tempo e di memoria. Tutto il film allude a ciò che è trascorso, al ricordo dell'incontro mancato, alla promessa venuta meno, all'istante come contenitore di un passato eternamente presente a noi stessi e dolorosamente e irrimediabilmente perduto e lontano. Eccessivo, ridondante, pieno di dettagli, imperfetto, a tratti irritante nella sua ricerca estetizzante di legare a sé lo sguardo dello spettatore, non permette l'abbandono, non consente di smarrirsi fra rallenty, ripetizioni, musiche pericolosamente inclini al kitsch e sigarette, e pioggia. Tutto ciò in una Hong Kong glamour e fatiscente, quintessenza teatrale di un'intenzione estetica dichiaratamente melò, dunque giocata sull'impossibilità dell'amore, sul perdersi e sulla sua conseguenza diretta, il ricordare. 2046 gioca con il tempo, tempo trascorso e tempo immobile, sospeso, tutto è dolorosamente già passato, già ricordo. Nell'attimo stesso dell'incontro, nella malinconica gioia dell'amplesso, gli amanti di Wong Kar Wai sono già ceneri del tempo, frammenti separati di un futuro ricordo.
Corriere vicentino novembre 2009
14 agosto 2009
suonala ancora, Sam!
30 luglio 2009
qui o altrove...
16 luglio 2009
tutti gli uomini del presidente
Rivisto in tv un classicone degli anni '70. Robert Redord e Dustin Hoffman recitano spartendosi la scena con il bilancino, immagino tutto stabilito con i rispettivi avvocati. La cosa più sorprendente è che in ogni sequenza di redazione si sente un rumore fastidiosissimo di macchine da scrivere al lavoro. Macchine da scrivere, quelle che facevano tac tatac tac tac tac. Un rumore che si era perduto nel tempo, ma che Reboman ci aveva ricordato:
02 luglio 2009
per me

la morte di Carl Malden ha ovviamente "obbligato" le varie reti a trasmettere i suoi film. Altrettanto ovviamente La7 ha trasmesso "Fronte del porto", il film più autoriale e cult, tutto imperniato su un giovane e magnetico Marlon Brando.
Mi perdoni Carl Malden ma per me lui resterà sempre l'eterno compagno di Michael Douglas nella serie tv "Per le strade di San Francisco"
22 marzo 2009
Gran Torino
Ci sono pochi cineasti che dividono il pubblico più di Clint Eastwood. Dopo aver visto Gran Torino sono andato a leggermi i commenti nei vari blog che si occupano di cinema e, grosso modo, le posizioni erano due: film fascista e razzista, oppure film emozionante e diretto. Nessuna via di mezzo, a dimostrazione che il cinema di Eastwood prende posizione e ignora le declinazioni possibili come falsificazioni semantiche, non consentendo equilibrismi esegetici che salvino capra e cavoli. Potrei cavarmela dicendo che, andando a vedere un film del vecchio repubblicano Clint, si dovrebbero già conoscerne i presupposti e le parole chiave: colpa, redenzione, giustizia, amicizia, solitudine e si dovrebbe anche conoscere la schematicità e la rigorosa squadratura delle narrazioni del regista Eastwood. E infatti anche Gran Torino non fa eccezione, rispetta la drammaturgia consueta e collaudata su una storia che veste la questione razzismo (che a me sembra falsamente centrale) su di un corpo filmico assolutamente rispettoso delle parole chiave di cui sopra. Ma è la messa in scena il punto debole del film che in uno srotolarsi prevedibile e troppo corretto della vicenda, è compromesso da eccessive sciatterie registiche (salti temporali troppo affrettati, battute didascaliche messe lì a spiegare, soluzioni spesso elementari di scene che presupponevano ben altro). Se questo è davvero l'ultimo film di Clint attore, c'è da sperare che il Clint regista non lasci come suo testamento un film così poco riuscito.
02 gennaio 2009
la doppia vita di Veronica

Il flusso delle immagini fissa fin dall'inizio la dichiarazione d'intenti del film: distorsioni e sfocature dell'immagine di Veronica/Irène Jacob accompagnano i titoli di testa, premettendo la natura sfuggente e illusoria della doppia narrazione kieslowskiana. Ed è proprio il corpo di Irène Jacob, la sua normale bellezza (non esiste una sola inquadratura in cui non sia presente) a sovrapporsi e a intrecciarsi con le trame del Caso, delle Possibilità e del Destino, disseminate lungo il percorso.
Ingannati dalla volontà di comprendere e ridurre tutto a materia nobile, a metafisica pret-à-porter , veniamo prontamente ricondotti alla categoria del vedere e il nostro sguardo non abbandona un'istante il volto di Veronica, tanto presente da diventare esso stesso la pellicola su cui viene impresso il film. E Irène Jacob riesce straordinariamente a trattenere e misurare un'interpretazione semplicemente magistrale. Tutto nell'economia della visione sembra perdere importanza, la sintassi narrativa, le apparenti incongruenze, le presenze misteriose, tutto viene trascinato via dalla gioia della visione di un cinema purissimo, dove l'immagine è il che cosa, e il non risolversi del film, il lasciare non detto, non fa che perpetuarne l'eco emotivo.
Centrale come spesso accade per Kieslowski è la collaborazione di Zbigniew Preisner, autore delle splendide partiture e di Slawomir Idziak, autore della fotografia: entrambi da considerarsi co-autori assieme allo sceneggiatore Piesiewicz. Prima produzione ad alto budget dopo il successo del Decalogo, è anche il primo film girato parzialmente al di fuori della sua Polonia in quella che diverrà la sua patria adottiva, la Francia della trilogia dei colori (Film Blu, Film Bianco, Film Rosso). Beh, che dire, è in questi giorni in edicola come primo numero di una collana dedicata al grande regista polacco, al prezzo di una pizza d'asporto...
Per cause a me sconosciute la mia copia dvd si è rifiutata di fornirmi la versione in italiano del film, proponendomi cocciutamente la versione sottotitolata, salvo poi, improvvisamente, durante la seconda visione, passare alla versione nella nostra lingua senza preavviso. Beh, guardatelo pure con i sottotitoli, i dialoghi sono pochi e la loro lettura non disturba la visione, mentre il doppiaggio appiattisce e toglie pathos all'originale. Fidatevi!
26 dicembre 2008
Gozu



L'illusione di controllare, da spettatore di lungo corso, la visione di Gozu è largamente compromessa dalla necessità di piegarsi alla volontà di Takashi Miike, regista poco incline alla linearità e dedito magnificamente a dare l'assalto frontale al bisogno dello spettatore di trovare appigli narrativi. Niente da fare, Gozu danza leggiadro tra parvenze di genere (la Yakuza, il boss, la fratellanza malavitosa) simbolismi a pioggia (Gozu è l'animale mitologico mezzo uomo con la testa di caprone) citazioni splatter, violenza neutra e distorsioni visuali spazio- temporali degne del miglior Lynch. A differenza di quest'ultimo però, Takashi Miike dissemina il film di avvertimenti: si tratta di uno scherzo, di una presa in giro, lo premette addirittura nella sequenza iniziale, quando Ozaki prima di esplodere in una sequenza di incomprensibile violenza dice: "Tutto quello che sto per dire è soltanto uno scherzo, perciò non prendetemi seriamente": ed è soltanto al termine della visione che risulta chiaro che l'attore non si rivolgeva al Capo della banda ma allo spettatore stesso. Un bluff dichiarato insomma, che non compromette l'esperienza della visione ma la salva dal ridicolo, consentendo di scavalcare l'irritazione dell'incomprensibile.
La trama è esaustivamente riportata qui http://it.wikipedia.org/wiki/Gozu
il DVD si trova abbastanza facilmente, nella collana "I film maledetti"
28 ottobre 2008
Gerard Damiano 1928 - 2008

«Trovo che la pornografia sia di per sé noiosa da portare sullo schermo, nel senso che il rapporto sessuale non si presta al linguaggio cinematografico. Non mi interessa cosa dice il "Kama Sutra", ma non credo ci siano 101 differenti approcci al tema. Ce ne sono solo tre o quattro»
Visto oggi Deep Throat fa giusto ridere (cosa per altro che rientrava nelle sue intenzioni programmatiche) ma rimane un manifesto di cinema libertario, demenzial-cialtrone gustosamente citazionista e - per l'epoca - oltraggiosamente "femminista".
19 ottobre 2008
vicky cristina barcellona
La sgradevole sensazione del fiacco compitino. Woody Allen ri-mette in scena per la centesima volta le nevrosi borghesi newyorkesi tra donne in crisi, matrimoni pre-falliti con l'assunto che le convenzioni borghesi (amo mio marito, non lo posso tradire, anzi lo tradisco però lo sposo ma non lo amo, ma non importa) sono ovviamente destinate a lasciare il tempo che trovano. Javier Bardem davvero seduttivo e bravissimo, per il resto andatevi a rivedere" Mariti e mogli", quello sì un capolavoro di Woody Allen...
28 settembre 2008
de senectute
malinconica visione mattutina di "la voglia matta" (regia di Salce con Ugo Tognazzi e una sedicenne Katherine Spaak). Lui fa il vecchio borghese che si scontra con il "mondo nuovo" dei giovani antipaticissimi dei primissimi anni '60. Perde la testa per Francesca (la Spaak) e fa delle figure da pirla per tutto il film. Viene continuamente alluso, ribadito e detto che è vecchio. Ha 39 anni.
16 agosto 2008
joker ha vinto!
Se la saga di Batman è sempre stata fondalmentalmente la storia del suo duello con The Joker, in The Dark Knight si rovesciano le parti, ed è The Joker a mettere in scena il suo duello con Batman. Tutto si gioca sui doppi e sui rovesciamenti: Batman che agisce di notte mascherato e Harvey Dent, il procuratore distrettuale a volto scoperto che agisce alla luce del sole a sua volta portatore di altri doppi e rovesciamenti: sua la moneta a doppia faccia (porta incisa una testa in entrambi i lati) con la quale irrompe il caso (curioso parallelo con la moneta con cui in "Non è un paese per vecchi" Javier Bardem affida al caso la vita delle sue vittime, e curioso che entrambi in realtà pilotino l'esito) sua la doppia faccia diurna-notturna, per metà inalterata e per metà orrendamente sfigurata. A sua volta la moneta perde una delle sue facce anch'essa sfigurata nell'incendio, doppio essa stessa del volto di chi la maneggia. Doppio è il bacio che Rachel (Maggie Gyllenhaal che ricordo sublime nel delizioso Secretary) concede sia a Dent che a Batman che a sua volta è - agli occhi dell'opinione pubblica - sia eroe che fuorilegge.
In questo stordente riflettersi negli specchi deformanti giganteggia l’ impareggiabile Joker di Heath Ledger, semplicemente il migliore che si ricordi, meraviglioso nel farci subire, da spettatori, la perversa fascinazione del Male e decisamente il protagonista assoluto del film, capace di inchiodare i suoi avversari alla loro vacillante moralità frantumandone le certezze e costringendoli alla tremenda domanda che gli si pone: siamo davvero diversi da Joker, siamo davvero altro da lui e intrinsecamente impossibilitati a diventare, se non lui, almeno come lui? in questo gioco del gatto del Male con il topo del Bene è del tutto evidente che ha ragione il gatto ed infatti posto all’estrema condizione di rabbia e dolore il super paladino della legge Dent “scende al suo livello” decretando la vittoria che più desidera avere the Joker: dimostrare che tutti noi spalle al muro non siamo migliori di lui. Siamo così convinti, da spettatori, che abbia ragione lui che quando, a bilanciare la caduta del procuratore Dent nelle grinfie del Male, viene messa in scena la generosa scelta degli ospiti di due traghetti minati che, di fronte al dictat incrociato scelgono di rischiare la morte pur di non far esplodere l’altro traghetto, viviamo la scena come non credibile. Joker ha vinto!
01 agosto 2008
declini

oltre che essere uno dei peggiori attori della storia del cinema, è stato anche l'autore di uno dei più incredibili e rapidi declini di carriera. A metà anni 80, top al box office di Hollywood e nuovo sex symbol con 9 settimane e 1/2. Da allora una discesa senza precedenti tra filmacci, risse e droghe assortite. Al suo pari mi viene in mente Rutger Hauer, l'indimenticabile replicante di Blade Runner. Mickey Rourke adesso lo vedi nelle locali in film di serie C dove fa il cattivo...
01 luglio 2008
angeli perduti
C'è tutto il Wong Kar-wai che piace a me in questo film del 1995: imperfetto e "stonato", liquido e distorto, intimista e d'azione, freddo e caldo blu e rosso. C'è tutta la scenograficissima pioggia e ci sono tutte le indispensabili sigarette. Se si superano le ridondanze che accompagnano sempre i suoi film, resta il magistrale racconto per immagini, stiloso e definitivo, acido e lirico. Vedendo i suoi film ci si fa l'idea che Wong Kar-wai sia essenzialmente un visionario, cioè autore di visioni pre-testuali e dunque di grafie puramente cinematografiche a sostegno di storie invariabilmente poggiate sul melodramma tradizionale. In questa convivenza tra forma visiva estremamente (post) moderna e quella testuale decisamente retrò si gioca tutto il fascino dei suoi film. Insomma non per tutti ma per me sì.
11 giugno 2008
finalmente!

Ci sono film solo belli e ci sono film anche importanti: Gomorra appartiene a questa seconda categoria. Non so da quanto tempo in italia non ne veniva prodotto uno così, tutt'al più abbiamo avuto bei film "minori", tutti invariabilmente etichettabili come "italiani" con tutto ciò che questo significa: Gomorra ha il merito di parlare un linguaggio filmico per niente "territoriale" a dispetto dell'ambientazione e dei dialoghi sottotitolati, con attori formidabili guidati magistralmente da Matteo Garrone, regista di una storia asciutta dai contorni precisi, evitando i toni melò e drammatizzazioni superflue alla rappresentazione. Ma la vera forza del film è il paesaggio urbano e architettonico , vero e proprio assemblaggio di sfaceli che sembrano privi di inizio, quasi paesaggi a loro modo "naturali", immanenti, come macerie prive di storia banalmente abitate e non vissute. E tra questi detriti, finalmente cinema!
02 giugno 2008
attendo spiegazioni
Che cosa giustifica il fatto che esista un film come il Divo? La ripassata più o meno filologicamente corretta di cinquant'anni di potere incarnato in un uomo solo? L'icastica fisiognomica del potere nelle figure di Franco Evangelisti di Cirino Pomicino detto 'O ministro, del mitico Sbardella detto lo Squalo? Il ricordarci il percorso del redivivo protofascista Ciarrapico? Il repertorio di battute andreottiane che costituiscono la sceneggiatura dalla prima all'ultima inquadratura? Mah, difficile scrollarsi di dosso la fastidiosa caratterizzazione con cui Toni Servillo veste i panni del Divo, la fastidiosa sensazione di Bagaglino triste. Paolo Sorrentino vanta che il film non prende posizioni e lascia allo spettatore trarre le sue conclusioni: è questo il limite del film che non provoca, non rivela, non rileva, non fa incazzare, non aggiunge, non deforma non informa. Attendo spiegazioni.

